
Eppure è immaginabile che il mondo, nell'istante che precedette il suo espandersi, sia stato provocato da una sorta di divino horror vacui, di vertigine dell'assenza, di contrazione del divino vuoto, zimzum è il musicalissimo termine che la Cabala sceglie per indicare questa volontà a restringersi dell'Eterno, per dare spazio al dispiegarsi dell'universo. E proprio la Cabala ci suggerisce, nella sua indefatigabile indagine delle energie semantiche come fondatrici del mondo, che le lettere della prima parola della Torah (la Bibbia ebraica) bereshit, in principio (Genesi 1,1), contiene le stesse lettere di Taev shir, cioè voluttà di un canto. Dunque la vertigine si fa voluttà e chiama un canto a fondare il mondo, e ogni grido quando si fa canto ricorda quel canto e la parola che si canta per voluttà di sé rompe il corsetto angusto dei significati assegnatigli, per farsi creatrice di vertigini ancestrali....

Una pietra tenuta sul palmo mi descrive decisamente.
Si ha a che fare con nascimento, e nascimento guasta la vita, la tormenta, la tiene sospesa, tutta sporgente verso il suo luogo che non è mai a noi noto.
Dicono che il pane non ha più lo stesso sapore, ma io non presto fede a nessun lamento.
Invoco la forza dei buchi, che si moltiplichi in me quel ch'è buio, vuoto, in attesa e vertiginoso sia metterci le mani.
Non l'oggetto dell'espressione ma l'esprimersi in sé, non il soggetto ma il verbo, consegna al sangue quel fermento che si è accolto dal sangue...

quando ho cominciato a scrivere ho capito che esiste una porta,che rappresenta un passaggio e che il silenzio poteva aiutare a entrarvi. Si dice che si possa scrivere solo di ciò che si conosce, presupponendo quindi che il bosco in cui ci si muove sia dentro di sé. Ma a volte, da bambina, mi sdraiavo sulla terra e dalla terra mi sembrava di sentire cose che mai avevo udito. Così ho pensato che per quei boschi passassero molte voci portate dal vento da luoghi lontani e che spesso le voci si impigliassero nei rami degli alberi aspettando di essere ascoltate, per essere così liberate e riprendere, trascinate dal vento, a vagare per il mondo.
Voci portate dal vento, aria dunque. Silenzio. E il corpo? Cosa c'entra con la scrittura? Una scrittura che ha corpo è una scrittura che riesce a dare a quei fantasmi impigliati negli alberi la terra, la dimensione dell'argilla. Come se quelle voci per esistere avessero bisogno di reincarnarsi. Nella mia scrittura mi piace impastare l'argilla, essere a contatto con la terra, dar corpo a quei sussurri a quelle voci a quei silenzi...
















